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Più conosciuto per la sua opera di poeta, Charles Baudelaire amava scorrazzare per esposizioni e mostre parigine. Nel Salon 1864, nota anche come “Lettera ai borghesi”, lo scrittore dei Fiori del male incita le èlites a prendere una posizione attiva nei confronti dell’arte contemporanea. E tra i borghesi di Baudelaire e la classe dirigente contemporanea esiste qualcosa di più che un’associazione di idee.
Oggigiorno la neo-borghesia è ciò che Aldo Bonomi chiama i padroni dei flussi di conoscenza e di comunicazione, gli opinion makers dei gusti e degli stili di vita. Così come 150 anni fa l’èlite aveva il dovere di rischiare e di innovare, allo stesso modo il ceto dirigente contemporaneo ha la responsabilità morale di contrastare l’incertezza del futuro con un atteggiamento proattivo di sperimentazione e di rottura degli schemi consolidati.. Come sosteneva Einaudi “l’opposto sarebbe il silenzio degli spiriti”.
La scossa ai borghesi della lettera è particolarmente coerente quando parla di arte contemporanea. Un lavoro artistico del tempo presente ha infatti la capacità di stimolare la sfera emotiva e di metterci di fronte una lettura pregnante rispetto ai fenomeni quotidiani..Con le sue opere ci offre un segnale in anteprima dei valori che si stanno trasformando. L’attuale neo-borghesia sono i dirigenti e gli imprenditori. Quanto questa comunità professionale è consapevole della forza dell’arte nel sostenere l’innovazione e la creatività dell’imprese? Ancora molto poco, ahinoi.
L’abbrivio dell’economia materiale del ‘900 e la schiavitù della quantità non sono ancora stati definitivamente sostituiti dalla qualità e dagli elementi evocativi e simbolici. La dirigenza delle imprese è ancora troppo incostrata di quella occidentalizzazione americana che ha sottolineato la formalizzazione, la razionalità analitica, la semplificazione. E mentre si consolidava questo riduzionismo manageriale, intanto si articolava la complessità e il terziario soppiantava l’industria..
E in epistemologia si sa che le idee ultra semplificate finiscono sempre con lo spodestare quelle più elaborate. Così come nel mondo dell’arte ciò che è volgare finisce sempre per spodestare la bellezza.
Però oggi sappiamo che la creatività è al primo posto nella gerarchia del saper fare. Si avverte il bisogno di creare il setting, il clima, l’atmosfera adatta a fertilizzare le idee. Nel retaggio del passato, l’estetica viene vissuta come una sorta di pensiero dimezzato, un fatto debole. Secondo questo sentimento curare l’estetica è per gran parte degli operatori economici indicatore di scarsa produttività, di fantasia, di estraneo alle norme professionali. E’ lo stadio che precede l’ozioso flaneur del dandy di Oscar Wilde. E i nostri manager, così deterministici, così scolpiti nei principi cartesiani, faticano a cogliere le mezze verità di un’economia smaterializzata e intangibile.
Ma l’estetica è invece teoria della conoscenza sensibile e occorre far penetrare la sensibilità della bellezza diffusa nel sociale anche dentro l’organizzazione. Occorre dare all’esperienza di lavoro una maggiore libertà creativa, un riconoscimento delle posizioni intellettive. E inserire più arte e cultura in azienda, elementi non effimeri ed estranei, ma veri input cruciali per una catena del valore degna di produzione di senso.
Severino Salvemini
Il Sole 24 ore
domenica 18 novembre 2007